Ho sempre dovuto farmi notare. Non per manie di protagonismo, ma per avere un minimo di importanza e considerazione perfino, ed almeno, nelle vite dei miei genitori.Da infante ero iper-attiva: dovevo in qualche modo far reagire gli animi che mi stavano attorno, almeno ricevere un contatto umano, che spesso e volentieri erano sberle o sculacciate, difficilmente carezze. Sbagliavo nella modalità di richiamo: facevo fin troppo successo nel mio “baccano” e “confusione”. Il risultato era “fastidio”.
Da adolescente ho avuto un’illuminazione: se non potevo avere l’attenzione per “partito preso”, in quanto “figlia”, lo avrei avuto perché “genio incompreso”. Le medie sono state il mio primo “coronamento” da secchiona. Non trascorrevo pomeriggi senza ore di studio. Mi violentavo su libri, già classici e troppo colti per la mia giovane età. A 14 anni avevo già letto tutta la bibliografia di Fedor Dostoevskij. Gli ottimi in pagella e le insegnanti adoranti mi davano le uniche soddisfazioni che avevo. E perché togliermi almeno quelle? I miei genitori erano molto orgogliosi di avere una figlia tendente alla genialità. Inesistente. Non era genialità. Era disperazione.
Squadra che vince non si cambia: ho trascorso i primi 2 anni di liceo sputando sangue per la media del
Poi, a 15 anni, mi sono accorta che l’attenzione di un maschietto non mi faceva schifo, anzi. Mi gratificava, mi faceva fremere…più del trattato di energia nucleare di Eistein. Il mio primo bacio ha segnato la fine della media del 9. Avevo trovato un’altra fonte di emozione personale e gratificazione, considerazione.
Non è stata finzione. Ho amato la cultura, lo studio, la scienza, la letteratura.
Ho studiato per passione. Per voglia. Non per obbligo o per mancanza di altro da fare di meglio.
Mi sono resa veramente conto di quanto io abbia dato a me stessa concludendo ai 160 km\h in autostrada: laureandomi con 110 e lode.
Quasi sempre regalo libri. Quasi sempre viaggio con libri in mano. Quasi sempre parlo di citazioni di libri letti. Quasi sempre consiglio libri.
Il mio percorso è una storia, ma non è mai stata una fiaba.
I miei anni mentali, pari a 2 volte quelli anagrafici, sono la dimostrazione della solitudine che ha accompagnato la mia evoluzione in Donna e la sofferenza per questa. Eppure, ero sempre insieme a persone, amici, fidanzatini…familiari…da cui non ho mai ricevuto un gran chè. O da cui, forse non sono stata in grado di ricevere un gran chè. Anche se, porca troia, io ho sempre dato tantissimo…
Allora ho smesso di pretendere. Non è corretto pretendere dagli altri…. Da te si. Ho continuato a pretendere dall’unica persona da cui potevo farlo: Alessandra.
Piede sull’accelleratore sempre, prestando molta attenzione alla strada, soprattutto in curva.
Il risultato è questo. Quello che vedo quando mi guardo allo specchio.




