domenica 26 agosto 2007

Da piccola mi dicevano: "occhio perchè arriva il Babau"

Non so se sia stato Dino Buzzati ad inventare il personaggio del Babau, oppure sia il "babau" un termine popolare-generico per indicare qualcosa che spaventa e sia stato ripreso da Buzzati e creato personaggio.

Comunque sia, da piccola, soprattutto mia madre, mi diceva sempre "occhio perchè arriva il Babau" ed io mi cacavo nel pannolino.

Stanotte ho sognato questa scena, mia madre che mi ricordava l'estistenza del Babau.

E mi è venuta la brillante idea di fare una ricerca googoliana per accertarmi dell'esistenza di questo "esserino".

Ciò che ne è emerso è sconvolgente. Esiste davvero.

Spesso capita che un incontro, l’inciampo in qualcosa di insolito e banalmente straordinario possa cambiare la nostra esistenza, si tratti pure di una piccolezza. Posso affermare senza aver paura di esagerare che così è successo per quanto mi riguarda con il libro, la raccolta di racconti di Dino Buzzati dal titolo “Le notti difficili” (Mondadori). Si tratta di 51 racconti brevi spesso anche suddivisi in più episodi, che intrecciano i temi cari all’autore fino a renderli universali: il mistero, la morte, l’attesa, il non senso, il lato tragicomico, surreale dell’esistenza.
Devo per sincerità confessare di non essermi troppo accostata in passato a Dino Buzzati se non per il “Deserto dei tartari” e “Il segreto del bosco vecchio” ma, dopo essermi trovata tra le mani questi racconti difficilmente credo riuscirò a non annoverarlo tra una delle letture più entusiasmanti che abbia mai fatto. In particolare ho gustato uno tra i racconti della raccolta, il “Babau” che narra appunto di un misterioso esserino da tempo immemore presente negli incubi e nell’immaginario di ogni bambino che si rispetti.
Il Babau è una figura emblematica, un simbolo, quello che, per dirla con Jung, riflette in modo palese “l’inconscio collettivo” ovvero una rappresentazione delle nostre paure, dei nostri demoni più nascosti, seppelliti dalla razionalità, dalle esigenze di un Io distinto dall’ES (le pulsioni per schematizzare) e dal SUPER-IO (la realtà circostante). Il concetto di inconscio collettivo è di ampio respiro, non è, per dirla con Jung “di natura individuale ma universale e cioè ha contenuti e comportamenti che sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui”. Come non pensare, a questo proposito, alle paure incarnate proprio dal Babau, alla sua doppia valenza di spauracchio ma anche di tenera creatura che rappresenta la fantasia, la libertà di pensiero? Non è un caso, infatti, che i bambini e le donne in particolare, siano gli eletti, le uniche creature sensibili in grado di percepire questa fragilità del Babau, gli unici che possono pregare per lui “ridestati da un oscuro richiamo” e sotto lo splendore della luna. Sterili e ridicoli appaiono i tentativi delle istituzioni, di uomini mediocri, marionette che si dibattono nel tentativo di cercare soluzioni per eliminare il turbatore della quiete, il capro espiatorio per eccellenza, colui di cui negavano l’esistenza ma che tormentava le notti ed i sogni, il Babau, appunto. In questo quadro surreale ed ironico la scena madre che si compone a poco a poco è proprio quella dell’eliminazione dell’esserino, scena bizzarra e dai toni angoscianti che svela in toto la duplice natura del Babau,che si sgonfia come palloncino bucato, ridicolizzando così i timori e le paure dell’allarmata comunità.

La mediazione psichica che si opera tra le angosce più pressanti e questo aspetto “creativo” e formativo, proprio del crescere dell’individuo, rappresentate appunto sotto forma di un qualsiasi Babau è stata spesso materia, terreno fertile per la letteratura che da sempre si è occupata di questi terreni di confine. Basti pensare ad Oscar Wilde, ad Edgar Allan Poe, ai poeti maledetti ed ai loro demoni, a Dino Campana, al tema della follia che spesso si intreccia sapientemente a quello della paura della morte ma anche della vita stessa. Ritroviamo così anche il “doppio”, la natura ambigua dell’uomo, del suo essere nel mondo mai senza contraddizione, quindi per parafrasare J. Hillman la messa in risalto, in primo piano, della “parte in ombra” , quella celata anche all’individuo stesso, della sua stessa Anima.
Il negativo dell’anima è anche al centro da sempre dell’interesse delle fiabe, dei racconti popolari, è parte integrante della struttura stessa del sapere tramandato di generazione in generazione; sarebbe però più corretto parlare di racconto fantastico nel caso del “Babau” di Dino Buzzati conferendogli le connotazioni che allo stesso attribuisce Caillois in “Dalla fiaba alla fantascienza” quando afferma che: “il fantastico presuppone la solidità del mondo reale ma per meglio distruggerla…L’apparizione è lo strumento essenziale del fantastico: ciò che non può accadere e che tuttavia si produce, in un punto e in un istante precisi, nel cuore di un universo perfettamente sondato e dal quale si credeva bandito per sempre il mistero. Tutto appare come ogni giorno: tranquillo, banale, senza nulla di insolito, ed ecco che lentamente si insinua, o all’improvviso erompe, l’inammissibile.”
Come chiarisce sempre Caillois, la letteratura fantastica è prima di tutto un “gioco” con la paura in cui gli autori lasciano il lettore libero di scegliere, lo inchiodano all’angosciante responsabilità di negare o affermare il soprannaturale.
E’ un richiamo proprio a questa enorme, illimitata libertà quella che Buzzati si concede alla fine del racconto, è un inno alla fantasia, schiacciata sempre di più da un mondo che ha necessità di eliminarla :
“Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avidi di sterminarti ilo mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace…”

giovedì 23 agosto 2007

Come e perché si scelgono i luoghi di consumo ed i punti vendita?

I loci, scriveva Frances A. Yates, “sono spazi facilmente afferrabili dalla memoria, come una casa, un angolo, un arco ecc. […] Le immagini sono forme, tratti caratteristici, simboli […] di ciò che si desidera ricordare. Se vogliamo ricordare il genere di un cavallo, di un leone, di un’aquila, dobbiamo collocare le loro immagini in loci definiti”[1]. Già in un libro di un autore ignoto Ad Herennium, compilato a Roma tra l’86 e l’82 a. C. : “Ora la natura stessa ci insegna ciò che dobbiamo fare. Quando nella vita di ogni giorno, vediamo cose meschine, usuali, banali, generalmente non riusciamo a ricordarle, perché la mente non ne riceve nessuno stimolo nuovo o inconsueto. Ma se vediamo o udiamo qualcosa di eccezionalmente basso, vergognoso , inconsueto, grande, incredibile o ridicolo, siamo soliti ricordarcene a lungo. Per questa ragione dimentichiamo abitualmente cose viste o udite poco addietro, ma ricordiamo spesso perfettamente avvenimenti della nostra infanzia”[2]. Ai tempi il termine emozioni non era ancora entrato in uso, ma è evidente che l’ignoto retore stesse parlando proprio dei loro effetti.

I luoghi di consumo hanno assunto, oggi, una definizione sempre più astratta: i “loci definiti” di Yates non sono soltanto luoghi fisici in cui collochiamo mentalmente le azioni attuabili al suo interno, ma sono aree anche “virtuali” in cui è possibile consumare. I punti vendita sono luoghi di consumo, ma non viceversa (intendendo come consumo già l’atto d’acquisto). I luoghi in cui è possibile consumare non è detto che siano luoghi in cui viene resa disponibile la merce e venduta. Un parco cittadino è un luogo di consumo (le famigliole che fanno il pic-nic la domenica, i bambini che fanno la merenda “al sacco” nel pomeriggio) ma non è un punto vendita. Il punto vendita è la sede di acquisto\vendita aperta al pubblico, nella quale i prodotti sono resi disponibili ai clienti.

L’interpretazione di Daniel Miller dello shopping come gratificazione, ricompensa ed esperienza non è mai stata tanto attuale. Si riconferma, ancora oggi, un’immagine del consumatore abbozzata negli anni Ottanta, un consumatore in cerca di divertimento e gratificazione anche nelle pratiche più quotidiane dell’acquisto: immagine più nitida e sempre più dettagliata. L’industria ha reso sempre più dettagliata la fotografia del proprio consumatore, per poterlo vedere meglio, più da vicino e nei minimi particolari. Poter conoscere il possibile acquirente rende più avvicinabile il prodotto ed il messaggio che questo comunica, in quanto si rende il prodotto stesso ed il messaggio più “avvicinabile”, “accettabile” e “voluto” dal cliente.

Negli ultimi dieci anni il modo di fare shopping è cambiato notevolmente. Questa trasformazione, non tanto lenta, è avvenuta per una serie di motivazioni spesso concomitanti: la necessità delle aziende di rendere gli stimoli dei propri prodotti\messaggi più acquisibili di altri, sempre più abbondanti; accondiscendere le necessità ludiche ed edonistiche dei consumatori nei punti vendita\luoghi di consumo; rendere personalizzabili i prodotti, in modo da avvicinarli ancor di più agli acquirenti; ecc. .

I luoghi di acquisto sono diventati dei veri e propri meeting point per tutti coloro che condividono un simile sistema di valori: è lì che si danno appuntamento i gruppi omogenei di consumatori, soprattutto giovani, ma non necessariamente. Questi luoghi dispongono di spazi accoglienti e multifunzionali. I nuovi punti vendita diventano veri e propri spazi di permanenza al confine fra il retail e l’entertainment. Il luogo di acquisto è, oggi, un luogo di esperienza che non soddisfa più soltanto fabbisogni funzionali ma, anche e soprattutto, fabbisogni edonistici. Decenni fa i punti vendita erano soltanto luoghi di scambio di beni: oggi sono luoghi di incontro e di intrattenimento, luoghi di relazione.

Già nel 1972, Tauber[3] riteneva che il comportamento d’acquisto fosse influenzato sia da motivazioni di tipo personale sia da fattori di tipo sociale. Tra le motivazioni di tipo personale figuravano: l’allontanamento dalla routine, il bisogno di autogratificazione, la raccolta di informazioni sui nuovi trends, mode e innovazioni, l’esercizio fisico, ricevere stimoli sensoriali dall’ambiente di vendita. Le motivazioni di tipo sociale riguardavano i bisogni di interazione sociale al di fuori del proprio ambiente familiare, la comunicazione con altri individui, l’appartenenza a gruppi, il miglioramento del proprio status, la soddisfazione che deriva dall’attività di negoziazione.

Le emozioni scatenano le reazioni nei consumatori. Si studia l’ambiente di vendita e di consumo e la sua influenza sulla sfera emozionale delle persone proprio per questo. Si cerca di generare emozioni tramite la “shipping experience”.

Gli anni Novanta hanno rappresentato un lungo momento di ripensamento generale sulla nostra condizione di vita che ha generato nuovi atteggiamenti da parte del pubblico dei consumatori. Atteggiamenti determinati certamente da una riduzione progressiva del potere di acquisto, dall’aumento dell’insicurezza rispetto al futuro, ma anche conseguenza della quantità crescente di informazioni di natura commerciale e non.

In tale situazione, il prodotto non è più una certezza e neanche l’unica motivazione di acquisto: il consumatore cerca rassicurazioni da parte del brand o nuove esperienze associate alla visita nei punti di vendita. Le parole chiave dello shopping experience diventano estetica, personalizzazione e pragmatismo ed il retail deve sapersi adattare fornendo risposte adeguate creando a sua volte le condizioni per un’efficace “retail experience”.

Le logiche che guidano la realizzazione di un flagship store[4] sono profondamente diverse da quelle che stanno alla base della progettazione di un grande ipermercato o di un centro commerciale. La prima formula è obbligata a seguire le tendenze e ad adeguarsi ai flussi di consumo. I secondi sono, invece, guidati da strategie che considerano limitati cambiamenti strutturali, se non nel lungo periodo, e continui adeguamenti negli assortimenti.

La dimensione esperienziale unisce tutte queste realtà commerciali, indipendentemente dalla dimensione o dal prodotto proposto. In realtà, il fenomeno del coinvolgimento emozionale nello shopping è antico se non quanto il mondo almeno quanto il commercio. Basti pensare all’evoluzione dei mercati ed alla capacità d’attrazione dei centri storici delle città. Pur cambiando le forme del commercio, dal tradizionale al moderno, i consumatori continuano a vivere in spazi compressi dove tutto si mescola e si confonde, l’esotico con il locale, il pregiato con il dozzinale, ostacolando lo sviluppo dei percorsi esperienziali necessari per valorizzare e far apprezzare le caratteristiche distintive dei prodotti. In tali spazi compressi le persone sono bombardate da messaggi e da simboli al punto che, per poter tracciare una mappa del luogo, ognuno è costretto a costruirselo mentalmente assegnando arbitrariamente significati e simboli alle merci, agli spazi e alle insegne così da avere un panorama rassicurante e conosciuto.

Tra i loci di cui parla Frances A. Yates ci sono certamente i nuovi templi dello shopping, gli spazi commerciali in cui l’uomo contemporaneo spende grande parte del proprio tempo e del proprio denaro. Gli spazi commerciali cambiano ruolo e connotazione trasformandosi da luoghi dove effettuare gli acquisti in aree di permanenza, informazione, socializzazione, apprendimento e memoria. Cosa sta succedendo? Il cliente, o meglio la parte più dinamica e critica di tale aggregato, vuole essere il protagonista delle proprie scelte di consumo e trova spazi a libero servizio o a vendita assistita ispirati a nuove logiche non solo di desig ma anche di coinvolgimento emozionale. Lo spazio commerciale può essere anche gratificante sul piano emotivo perché attiva nel consumatore la componente edonistica dell’atto di acquisto connessa solo marginalmente ai benefici derivanti da ciò che si compra. E’ il luogo in cui lo shopping influenza gli acquisti e aggiunge nuovi elementi esperienziali. Il cliente, nella prospettiva del marketing emozionale, è visto come una “persona” da conoscere sempre meglio, quasi da “amare”, per soddisfare non solo i suoi bisogni, ma soprattutto i suoi desideri. Il marketing studia le emozioni da tempo e sa come progettare il prodotto giusto nel momento giusto. Il creativo sa come trasformare i bisogni del marketing elaborando pubblicità in grado di attivare i meccanismi più nascosti. Il designer sa leggere le tendenze del gusto e le traduce in oggetti.

I consumatori cercano per quanto riguarda il miglioramento dei luoghi dello shopping sette “effetti”[5]:

  1. effetto sorpresa, per rendere meno ovvia e più viva l’esistenza, per articolare maggiormente il panorama della routine quotidiana, per risvegliare il desiderio nella società dell’abbondanza;
  2. cura dei dettagli, intesi come massima prova della passione per la qualità e della tensione della perfezione;
  3. “mixability”, ovvero attenzione alla scomponibilità degli stimoli visivi, alla regia d’insieme delle percezioni attivate, in modo che il mix consenta un libero gioco combinatorio da parte dell’utilizzatore;
  4. flessibilità, ossia capacità di linee e colori di non essere o apparire troppo strettamente vincolati ad un solo significato;
  5. capacità di rassicurazione, evitando l’eccessiva aggressività, lo choc provocatorio, l’urlo ansiogeno. Nel design e nell’uso del colore va abbandonata la dicotomia fra banalità non sorprendente e “ferite agli occhi” che minano gli equilibri a cui siamo ancorati;
  6. morbidezza degli stimoli, che sono indiretti e soffusi (le luci), non enfatici o spigolosi (i dettagli), pastosi e soft (le tonalità). E’ quello che sostiene di preferire il 60 per cento degli adulti, tra cui le donne, i consumatori di stampa e libri, i laureati o diplomati, i soggetti di classi medio-alta, gli spettatori cinematografici;
  7. empatia per la marca.

Il consumatore odierno è cambiato profondamente rispetto a quello di pochi anni orsono. Emerge una figura ben delineata di consumatore sempre più attento alla qualità ed all’estetica, capace di destreggiarsi in una vasta offerta di prodotti, valutando accuratamente vantaggi e servizi connessi. E’ un consumatore “leggero” ed edonista, cioè sempre più orientato al presente e sempre meno al passato o al futuro: questo implica un cambiamento anche nel modo di intendere la sua relazione con i prodotti. Proprio in considerazione di tali modifiche il termine stesso “consumatore” è ritenuto ormai obsoleto[6].


[1] Yates F.A., The art of memory, Pimlico, London, 1992, p. 224.

[2] Prima opera retorica in latino, composta intorno agli anni Ottanta del I secolo a. C. da un anonimo. Riflette gli insegnamenti impartiti alla scuola di retorica di Plozio Gallo: Cicerone, al quale l’opera viene attribuita per tutta l’epoca medievale, vi attinse per il suo De inventione, altro caposaldo della trattatistica retorica del medioevo. La Rhetorica ad Herennium è un ampio manuale, in quattro libri, che fonda la trattazione tecnica sull’impegno morale e civile dell’oratore, proponendo quindi un modello di discorso retorico organico alla vita politica. Inoltre fissa la nomenclatura retorica latina, grazie a calchi dal greco, che la tradizione successiva varierà solo in modo non sostanziale.

[3] Cfr. Tauber E., Why do people shop?, Journal of Marketing, 36, ottobre, 1972.

[4] Negozio monomarca di dimensioni medio-piccole.

[5] Gallucci F., Marketing emozionale, Egea, Milano, 2005, p. 97.

[6] Calvi G., Dimentichiamoci del consumatore: l’appuntamento è con il cliente, Micro & Macro Marketing, n.1, 1992, pp. 7-28.

martedì 21 agosto 2007

Il telefonino è usato, oggi, per telefonare?!?

Tra la moltitudine di oggetti tecnologici che popolano il nostro vivere quotidiano, il telefono cellulare[1] è tra quelli più invadenti e più, attualmente, simboli di una continua evoluzione della loro immagine e del loro uso. Il telefonino può essere interpretato come un “oggetto di senso”, vale a dire produttore e instauratore di significazione[2], sotto due aspetti: in quanto oggetto che enuncia le sue potenzialità d’uso, instaura una relazione con un soggetto e permette la relazione del soggetto stesso con altri soggetti, ed in quanto oggetto “attore” molto attivo nella costruzione della realtà sociale, a cui si delegano una serie sempre più ampia di azioni.

L’interesse culturale che questo oggetto riveste è dovuto alla quotidianità del suo uso, assunta nel corso degli anni, dalla vendita del primo telefonino negli anni Ottanta negli Stati Uniti[3] ad oggi. Già nel 1995 il telefonino veniva considerato un oggetto quotidiano a tutti gli effetti, ovvero un “correlato abituale e corrente delle pratiche di vita ordinarie dei membri di un gruppo, di una comunità o di una società”[4]. A questa quotidianità acquisita è seguito un sempre maggiore investimento estetico e tecnologico di questi oggetti, nelle forme, nei colori, nei materiali, nei software e nelle applicazioni e funzioni. Come se l’uso quotidiano dell’oggetto stesso potesse inglobare anche altri oggetti, di uso più sporadico e meno pratico e come se il fatto di abitare il corpo di milioni di persone legittimassero quest’ultime a voler un oggetto anche bello da guardare e mostrare. Sono divenuti centrali i ruoli assunti dal design e dalla tecnologia hardware e software. La grande trasformazione che ha subito questo oggetto è quella di essersi tramutato da “terminale telefonico”, strumento mobile per comunicare, in un “terminale dati”, uno strumento per archiviare, gestire e classificare una serie di dati eterogenei, audio e video, in unica unità digitale. Nel corso del tempo, il telefono cellulare si è via via ibridato con fotocamere, agende, registratori e pc palmari divenendo un dispositivo portatile multifunzionale: la mobilità è divenuta la caratteristica semantica fondamentale dell’oggetto. Oggi, il telefonino, sempre più accattivante e personalizzabile nel design e colmo di informazioni personali, non è semplicemente integrato nelle pratiche quotidiane, ma integrato negli individui stessi.

Secondo Barthes, un telefono non serve esclusivamente per telefonare, poiché “c’è sempre un senso che va oltre l’uso dell’oggetto. Possiamo immaginare un oggetto più funzionale di un telefono? Tuttavia, un telefono ha sempre un senso indipendente dalla sua funzione: un telefono bianco trasmette una certa idea del lusso o della femminilità; vi sono telefoni burocratici, vi sono telefoni fuori moda che trasmettono l’idea di una certa epoca; insomma, il telefono stesso può far parte di un sistema di oggetti-segni”[5]. Il messaggio dell’oggetto-segno, oltre alla propria funzione, possiede “un secondo senso, diffuso, generalmente ideologico”[6] il quale rimanda ad una serie di valori simbolici di carattere sociale e culturale. Anche le riflessioni di Umberto Eco sugli oggetti d’uso partono dall’assunzione dicotomica uso\simbolo: “una sedia mi dice anzitutto che posso sedermici sopra. Ma se la sedia è un trono, non deve servire solo a se dermici: serve a far sedere con una certa dignità. Serve a corroborare l’atto del sedere con dignità attraverso una serie di segni accessori che connotino la regalità (aquile sui braccioli, spalliera alta sormontata da corona, ecc.”[7].

La componente funzionale di un oggetto è articolabile in “tre dimensioni della cultura”[8]: la dimensione funzionale, vale a dire le azioni rese possibili dall’oggetto, la dimensione mitica, ovvero l’universo assiologico[9] coinvolto nell’oggetto, e la dimensione estetica, che riguarda l’attribuzione di giudizi qualitativi sull’aspetto dell’oggetto.

Un telefonino si relaziona con l’utente non solo tramite i propri elementi morfologici, ma sempre di più tramite la sua interfaccia grafica. Si può osservare come ad una progressiva valorizzazione della dimensione estetica di questi oggetti sia corrisposta una progressiva dematerializzazione degli stessi, nella misura in cui il luogo dell’interfaccia grafica ha acquisito una presenza sempre più invadente nella configurazione dell’oggetto. Più precisamente, per dematerializzazione non si intende la sparizione di oggetti fisici ma un processo che può riassumersi in tre aspetti[10]: l’implementazione di funzioni via software, la diminuzione del lavoro d’attivazione di comandi, la miniaturizzazione delle componenti hardware.

Il primo processo è visibile nei nuovi telefonini multimediali che integrano funzionalità diverse dal loro primordiale scopo e che stanno portando alla scomparsa di oggetti simili: dai più semplici (radiosveglie o calcolatrici) ai più complessi (agende elettroniche, fotocamere digitali, lettori musicali). Questo fenomeno può essere interpretato come una cannibalizzazione che il telefonino opera nei confronti di altri oggetti portatili. Il modello di telefono cellulare che più di tutti ha “rubato” ruoli ai restanti “piccoli oggetti di elettronica di consumo” è il Nokia N95: connettività ad infrarossi, bluetooth, wi-fi (un vero e proprio piccolo modem e pc portatile), lettore musicale, fotocamera digitale da 5.0 megapixel, memoria espandibile tramite memory card, ecc. .

Si è cercato di diminuire il lavoro d’attivazione di comandi attraverso lo sviluppo di tecnologie touch screen: dispositivo hardware che consente all'utente di interagire con un sistema operativo software toccando lo schermo. Lo si può dunque considerare come l'unione di un dispositivo di output (lo schermo) e un dispositivo di input (il sistema che rileva il contatto con lo schermo stesso, ricavandone la posizione). Quest'ultimo meccanismo è alternativo all'uso di altri dispositivi di puntamento come il mouse od i tasti.

La miniaturizzazione delle componenti hardware è avvenuta con la sempre più “portabilità” dell’oggetto, rendendolo, cioè, sempre più piccolo.

A tutti questi aspetti evolutivi tecnologici, si è unita la necessità di concorrere nel mercato della telefonia mobile rendendo l’oggetto anche fashionable. Il modello di telefonino LG KE850 PRADA è la dimostrazione di ciò che è attualmente la tendenza delle aziende produttrici di telefonia mobile: fare del telefonino uno style simbol, per bellezza, design, usufruibilità, tecnologie diversificate ed implementate, funzioni diverse, ecc. .

E’ il consumatore a scegliere la tipologia d’oggetto che più si avvicina al suo stile di vita e che riesce a comunicarlo, facendolo personale oggetto di “memoria” (memorizzazione di dati, file, immagini, ecc.), contatto (poter chiamare e massaggiare gli utenti della rubrica) e valore ostentativo (merce da mostrare intrisa di significati). Il telefono cellulare è l’oggetto tecnologico che più di tutti, ad oggi, ha perso, e continua a perdere, valore strettamente d’uso (la sua funzione primaria, il chiamare e poter parlare con altri soggetti distanti) e acquista sempre più valore simbolico\sociale (far parte di una comunità, rimanere sempre connessi a questa e poter mostrare a quest’ultima l’oggetto stesso).


[1] Pintori E., Design delle interfacce, www.ocula.it.

[2] Il significare ed il suo risultato.

[3] Il primo modello di telefono portatile in commercio, il Motorola Dyna-TAC 8000X del 1983, pesava circa un chilo, era alto 22 cm, profondo 12 e largo circa 4 ed il suo presso negli Stati Uniti era di circa 4000 dollari.

[4] Semprini A., L’object comme procès et comme action, L’Harmattan, Paris, 1995; traduzione italiana: L’oggetto come processo e come azione. Per una sociosemiotica della vita quotidiana, Esculapio, Bologna, 1996, cit. p. 14.

[5] Roland B., L’aventure sémiologique, Seuil, Paris, 1985; traduzione italiana: L’avventura semiologica, Einaudi, Torino, 1991, cit. p. 40.

[6] Ibidem, cit. p. 35.

[7] Eco U., La struttura assente, Bompiani, Milano, 1968, cit. p. 206.

[8] Cfr. Greimas A.J., De l’imperfection, Pierre Fanlac, Périgueux, 1987; traduzione italiana: Dell’imperfezione, Sellerio, Palermo, 1988.

[9]Basato su criteri di valore.

[10] Cfr. Norman D., The invisible computer, MIT, Cambridge, 1998; traduzione italiana: Il computer invisibile, Apogeo, Milano, 2000.

Qualsiasi cosa a Parma è dedicata a Verdi.

Mi son dovuta recare all'aeroporto di Parma notti fa per prelevare una famigliola a me cara di ritorno dalle vacanze.
Come il trend del momento, anche la famigliola ha perso le valigie. Non sono arrivate.

Ma in questa sede voglio sottolineare una grandissima buffonata di Parma: il bar dell'aeroporto è più grosso dell'aeroporto stesso. Non c'erano posti da sedere, sale d'attesa, a tal punto che mi son dovuta sparare un caffè macchiato al bar per potermi sedere e leggere il giornale.

E poi, perchè a Parma si dedica tutto a Giuseppe Verdi?!? Non a caso l'aeroporto di Parma si chiama Giuseppe Verdi.

sabato 18 agosto 2007

Per la rubrica: le cose che vedo strabilianti.


Posto un memorabilia visto per la prima volta ieri notte. Non so chi sia il destinatario.... ma il mittente ha la mia ammirazione. Rimango sconvolta dai gesti a sorpresa e forti, questo è di una dolcezza devastante.

"Facciamo 2 parole...."


La Vero ha un modo di dire molto divertente per indicare il concetto di fare due chiacchiere: "fare 2 parole". Mi diverte sentirmelo dire, chiedere. Mi dà proprio l'idea della voglia che si ha nel parlare, nel comunicare. Fare le parole. E' troppo, anche sonoramente, bello da sentirsi dire.

Uscire a cena con la Vero per "fare 2 parole" è sinonimo di "certezza di ubriacarsi di risa". Il fatto che durante una cena fra due amiche, quest'ultime chiamino anche le altre, a turno, in vacanza e comincino a fare 2 parole anche con loro è malattia però. Femminile. Non credo nessun uomo riesca ad instaurare un tale "degenero positivo" a tavola o durante una serata con un amico o più amici.

Di cosa parlano 2 amiche intime a cena?!? Leggende metropolitane vogliono che due donne parlino di cazzo, moda,
maquillage.
Questo avviene se si è state lobotomizzate.
Non è il nostro caso. Mi piace molto ciò di cui parlo con la Vero, e questo credo dipenda da ciò che è la mia natura e la sua. Si, si parla anche di moda, tanto, e
maquillage.... ma anche di tutt'altro, di quello che dà un senso alla serata..forse vita..e non è il cazzo.

P.S. Ho trovato il mascara perfetto. Blackout di Dior, mai nome fu tanto azzeccato.

domenica 12 agosto 2007

Tornatore the best, Parma idem...


Il cartellone dell'arena estiva del cinema Astra a Parma non è male quest'estate.
Ieri sera ho voluto testarlo insieme all'amica Denise.
Il film preso in visione è stato LA SCONOSCIUTA di Giuseppe Tornatore.
Quest'uomo è un genio, di una raffinatezza visiva e di contenuto unici. Consiglio il film. Già dalle prime scene ho cominciato a scendere in un abisso tormentato....ecco lo dico.... il film fa stare "da culo", proprio perchè è perfetto, reale, concreto, lineare.
Tornatore non sbaglia mai, nemmeno in un frangente di scena.

All'uscita dal cinema, ho passeggiato con Denise verso il centro di Parma, via Farini, fino a Piazza Garibaldi.... di sera è sempre stupenda Parma.... ma il bello di Parma è che è stupenda anche di giorno. Credo che sia l'unica città che abbia mai realmente apprezzato, imparato a vivere ed ad amare.
Consiglio, ulteriormente, la tagliata di frutta e gelato, ordinata da Denise, e la Gran Caffè Crème, ordinata da me, presso il Gran Caffè Orientale. Sedute ad un tavolo nella veranda esterna di questo bar di classe (ehm, io non avrei potuto fare diversamente.... :-O), proprio su una piazza illuminata e stranamente tranquilla (solo perchè è agosto), piazza Garibaldi, "il tutto" era talmente sereno, equilibrato e di gran agio che ci siamo alzate alle 2 dal tavolo, avendo semplicemente parlato, e sempre dello stesso argomento, e mangiucchiato\bevuto divinamente.
Una bella serata.